UGO MULAS, L'OCCHIO DELL'ARTE | ARTE E ATTUALITA'

“Io non voglio essere legato tutto il giorno e tutta la vita a questi pochi attimi eccezionali. Io voglio che ogni momento della mia vita possa essere un attimo eccezionale.”

Il mondo dell’arte non è certo l’unico soggetto a cui Ugo Mulas si è dedicato nel corso della sua vita, ma certamente ne è un protagonista d’elezione. Nato nel 1928 a Pozzolengo, inizia la sua carriera da giovanissimo, dopo essersi trasferito a Milano nel 1948.


Qui dà inizio a un dialogo con la città e i suoi maggiori centri sociali. La sua profonda sensibilità verso i cambiamenti del Dopoguerra lo porta a selezionare come primi soggetti la periferia di Milano, la Stazione Centrale, il fermento del Bar Jamaica e di altri luoghi di ritrovo artistico e culturale.



Per lui quello che guardiamo è indissolubilmente legato al come guardiamo. Anche quando nella fotografia appaiono più persone, Mulas ci dà uno sguardo attento su ciascuno; c’è chi lo guarda, chi fuma una sigaretta, chi si volta, ognuno ha un suo mondo di cose e di gesti, ognuno colto nel suo vivere. Un gioco di sguardi, di vedere e di essere visti, fissato nello scatto.

È un incontro.

Allo stesso modo è un incontro, decisivo, quello di Ugo Mulas e di Mario Dondero con la Biennale di Venezia, l’Esposizione internazionale d’arte, ancora oggi tra le più rinomate. Scrive:

“La mia attività ufficiale di fotografo è cominciata con la Biennale di Venezia del 1954. Allora non avevo nessuna pratica e nessuna arte. Il mio lavoro consisteva nel cercare di dare un'idea di questa "festa". Con la Biennale del 1958, e poi in quelle del 1960, del 1962, del 1964, ho sempre più precisato l'aspetto festoso dello stare insieme, del guardare, dell'esibire e dell'esibirsi [...] ”

Quella di Mulas si conferma una fotografia che non categorizza, ma che attentamente indaga e interroga, non solamente il prodotto, ciò che viene creato, ma soprattutto il suo autore o la creazione nella sua interezza. L’azione, il movimento, il pensiero o ancora il rapporto che si instaura tra artista e opera d’arte. È quello che accade con il padre dello Spazialismo, Lucio Fontana. Nella serie a lui dedicata (1964), Mulas riesce a cogliere lo spirito di un uomo che ha dedicato parte della sua poetica alla ricerca di uno spazio altro, di un al di là dalla tela.



“Di Lucio Fontana ero amico, come lo eravamo tutti, qui a Milano, uno dei tanti suoi amici. […] Fino a quel momento l'avevo fotografato e basta, ora volevo finalmente riuscire a capire che cosa facesse. Forse fu la presenza di un quadro bianco, grande, con un solo taglio, appena finito. Quel quadro mi fece capire che l'operazione mentale di Fontana (che si risolveva praticamente in un attimo, nel gesto di tagliare la tela) era assai più complessa e il gesto conclusivo non la rivelava che in parte. In una delle foto, lo si vede di spalle, si vede una tela dove non c'è ancora niente, c'è soltanto una tela e lui nell'atteggiamento di chi comincia a lavorarci sopra. È il momento in cui il taglio non è ancora cominciato e l'elaborazione concettuale è invece già tutta chiarita. […] Forse proprio per questa concentrazione e aspettativa concettuale Fontana ha chiamato i suoi quadri di tagli Attese".


L’attenzione di Mulas all’uomo lo spinge a dedicarsi ad una serie di ritratti, spinto da un autentico interesse nei confronti dei protagonisti dell'arte italiana di quegli anni: non solo artisti come si potrebbe pensare, ma anche critici, galleristi e collezionisti. Le immagini alternano diversi generi di ritratto, dal reportage con una serie di fotografie legate allo scorrere della quotidianità, è il caso di Manzoni e Giacometti, alle foto in studio, come quelle che ritraggono gli spazi e i materiali di lavoro di De Chirico e Morandi, fino a veri e propri ritratti di artista.

Anche quando fotografa gli allestimenti e i padiglioni, non prevale uno spirito documentario, ma l’attenzione alla presenza umana. Dedicandosi all’attività di ritrattista per gli artisti, Mulas tenta di comprenderli e parallelamente di comprendere se stesso e il suo rapporto con l’arte, rincorrendo una propria verità.

Per lui l’inquadratura era un modo di capire, di rispondere a certe domande come: da dove viene l’opera d’arte? Da dove scaturisce e che senso ha quest’immagine? Come nel caso del suo più noto scatto di Chagall, in cui, per la disposizione della tela, è come se quest’ultima scaturisse direttamente dalla sua immaginazione.

E così anche nel caso dello scultore Alberto Giacometti, ritratto nella sua contenuta gioia dopo aver vinto il Gran Premio della Biennale nel 1962, e con Alexander Calder, con il quale merge la naturalezza del rapporto uomo-artista, creatore-opera, quasi una sovrapposizione, una somiglianza “intrinseca e umana”.



Tra il 1964 e il 1967 l'attenzione degli artisti per i nuovi media e i fermenti della nuova arte americana portano Mulas a superare la tradizione del reportage nel suo senso più classico. Arrivato a New York, testimonia con le sue immagini i cambiamenti e la vitalità della scena artistica della metropoli: dagli happening alle serate negli atelier, fino alle performance e alle installazioni, con un obiettivo di ricerca e riflessione sulla stimolante situazione artistica. Anche in questo caso non si limita a do


cumentare e testimoniare ma si impegna a guardare davvero, a dare un’interpretazione, sempre con profondo rispetto mette in ordine e “comprende sé attraverso gli altri e gli altri a partire dal nodo che costituisce la sua idea di fotografia”.



L’incontro con artisti quali Duchamp (alla cui arte deve molto), Warhol e la sua Factory, Lichtenstein, Johns, Christo, Oldenburg, Rauschenberg, Cage, di cui ci rimangono straordinarie fotografie, favorisce in Mulas un'attenzione critica verso l'uso del medium fotografico, anticipando i lavori della fine degli anni Sessanta.

Infatti, a causa di una grave malattia, Mulas deve abbandonare i ritmi frenetici da fotografo, situazione che lo porta a dedicarsi maggiormente alla scrittura e alla riflessione teorica sulla propria arte. Mulas non ha mai smesso di credere fortemente nel potere del mezzo fotografico, come finestra personale sulle cose, ed è ciò che esprime chiaramente nelle Verifiche, frutto di questo suo ultimo periodo (muore nel 1973), dedicato alla sua eterna passione:


“Oggi la fotografia con i suoi derivati, televisione e cinema, è dappertutto in ogni momento. Gli occhi, questo magico punto di incontro fra noi e il mondo, non si trovano più a fare i conti con questo mondo, con la realtà, con la natura: vediamo sempre più con gli occhi degli altri. […] Si finisce col rinunciare alla propria visione che ci pare così povera rispetto a quella elaborata da migliaia di specialisti della comunicazione visiva.

E a poco a poco il mondo non è più cielo, terra, fuoco, acqua: è carta stampata, fantasmi evocati da macchine sempre più perfette e suadenti.”


Una poco velata critica e un implicito invito ad assaporare tutto ciò che vediamo, quello a cui ci avviciniamo, tenendo conto di tante prospettive, con una mente aperta, ma sempre con uno sguardo nostro, personale, generato dal nostro vissuto e dalla nostra interiorità.


Articolo di Rachele Bettinelli

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