TOGLIERE IL CAPPIO DAL COLLO | ARTE E ATTUALITA'

Silenzio, in un attimo non ci si trova più a Milano ma a Liegi, in una notte dell'aprile 2012.

Ihsane Jarfi è appena uscito da un bar gay, parla con un gruppo di ragazzi in una Polo grigia. Due settimane più tardi il suo cadavere viene ritrovato al limite di un bosco. E' stato torturato per ore e lasciato, sotto la pioggia, nudo a morire.


"The Repetition, Historie(s) du théâtre(I)" è uno tra i tanti spettacoli di Milo Rau.


In quella che sembra un’inchiesta si rivivono gli ultimi attimi di Ihsane e di chi lo ha perso.

Si viene posti di fronte a quelle che furono le parole dette durante il processo, ai “perché” dei genitori di Ihsane e del suo ragazzo; si ha un contatto diretto con il dolore di chi lo ha perso e in parte se ne condivide il peso.

Il regista, Milo Rau, trae spunto da questa tragedia per trattare di un suo interrogativo su come la violenza debba essere portata sulla scena e come essa venga influenzata dal teatro; su come riprodurre la realtà e ripeterla.

«Punto di partenza del mio lavoro è come la realtà può essere influenzata dal teatro e, al contrario, come possa essere rappresentata sulla scena»


"La ripresa”.

E’ il primo capitolo.

Ci si ritrova in una situazione di ironia, si viene messi a proprio agio, con piccole battute da parte degli attori durante i singoli provini. Un provino che vede protagonisti solo tre personaggi, non attori professionisti ma persone che fuggono dalla disoccupazione.

Tom Adjib racconta di un attore che dichiara al pubblico che metterà il cappio intorno al collo e lascerà cadere la sedia. Potrà resistere una ventina di secondi, al massimo. Se qualcuno si alzerà dalla sua poltrona, si salverà; se nessuno lo farà, morirà il personaggio ma anche l’attore.



Ed ecco che siamo li, nel baule della macchina insieme a Ihsane. E’ la scena dell’omicidio.

Una Polo grigia vera e propria in scena, il rumore del motore, l’effetto della pioggia riflessa dai fanali della macchina. Il tutto accentuato dalla ripresa in diretta di ciò che sta avvenendo sullo schermo.

La finzione si confonde con la realtà, tanto da far sembrare vero ogni singolo colpo inflitto a Ihsane.



Il pubblico è come bloccato, costretto a confrontarsi con una realtà di violenza che sembra lontana da lui, ma che le è così vicino.

E’ il momento più crudo dello spettacolo, la violenza non viene censurata.


Non si è abituati a vedere questo tipo di violenza a teatro, ma è una realtà che esiste e che deve essere mostrata. E’ un invito al pubblico e ad uscire dalla propria condizione di semplici spettatori della vita. Succede sempre più spesso che davanti a una scena di violenza si preferisca “non guardare”, ancora peggio restare a guardare e senza intervenire.


Silenzio. Ecco cosa rimbomba in quei momenti nella scena. Un silenzio di colpa, come se fosse stato il pubblico stesso a commettere quel crimine.


“Il sesto”

Sara De Bosschere recita“Impressioni teatrali” di Wislawa Szymborska, già citato all'inizio dello spettacolo da Tom Abijb

“per me l’atto più importante della tragedia è il sesto: il togliere il cappio dal collo”.

Emozionante è l’intervento di Tom mentre canta “Canzone del gelo” dal King Arthur di Purcell (1691).


Tutto è fermo, informa di essere giunti alla fine dello spettacolo e che per lui può solo che finire in un modo: con l’attore che sale su una sedia al centro di un palco, fa calare una corda con un cappio dal soffitto, salire sulla sedia... Buio




Articolo di Fabiana Ponte


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