Siamo tutti Humans of New York | Arte e attualità

Il progetto di Brandon Stanton nasce nel 2010. E come spesso accade alle grandi idee, in un momento tutt’altro che semplice per lui. Ritrovandosi disoccupato, Brandon decide di unire la sua passione per la fotografia, alla curiosità nei confronti dell’essere umano.

Oggi Humans of New York, conta quasi 18 milioni di like su Facebook e 11 milioni di follower su Instagram, un sito ufficiale, due bestseller, una web-serie e numerose iniziative collaterali, frutto del successo e di una sana fidelizzazione in tutto il mondo.

"There's nothing hard about being four." - New York, Stati Uniti


Inizialmente l’idea di Stanton prevedeva una mappa “umana” della città di New York, attraverso il mezzo fotografico, ma prendendo forma l’obiettivo si è ampliato:

"Ho pensato che sarebbe stato molto bello creare un catalogo esaustivo degli abitanti di New York, così ho deciso di fotografare 10.000 newyorkesi e di tracciare le loro foto su una mappa. Ho lavorato per diversi mesi con questo obiettivo in mente, ma da qualche parte lungo la strada, HONY ha iniziato ad assumere un carattere molto diverso. Ho iniziato a raccogliere citazioni e brevi storie dalle persone che ho incontrato, e ho iniziato a includere questi frammenti accanto alla fotografie. Presi insieme, questi ritratti e didascalie sono diventati il soggetto di un vivace blog".

"Just trying to raise a girl in a sexist world."- Rio de Janeiro, Brasile


Con la realizzazione e la riuscita del progetto Brandon ha deciso di spingersi oltre, si è mosso a fianco di associazioni come UNCHR per documentare la situazione dei migranti nell’Europa Orientale (2015), è stato incaricato dall'Onu per seguire il programma Millennium Goals, viaggiando per cinquanta giorni intorno al mondo, con l’obiettivo di raccogliere racconti di povertà ed emarginazione.

Questo ha portato vantaggi soprattutto alle organizzazioni che hanno ricevuto consistenti donazioni. Lo stesso accadde nel 2012, quando decise di visitare le zone colpite dall’uragano Sandy e di lanciare una raccolta fondi per le popolazioni colpite. La cifra raggiunta fu da record.

Le storie raccontate da Brandon, i suoi incontri, vanno al di là di interviste sterili. Tra le molte testimonianze è esemplare quella di Vidal, un adolescente di Brooklyn che ha indicato la preside della sua scuola come fonte di ispirazione.

Stanton decise di conoscerla e propose agli studenti di visitare l’Università di Harvard. Raggiunti i 100.000$ in 45 minuti, Stanton ha poi deciso di finanziare alla scuola anche dei programmi estivi e una borsa di studio.


Il mio personale avvicinamento al mondo di HONY, cioè il nostro mondo, è stato dettato più da un movimento empatico che mediatico. È quel legame per me fondamentale tra ritratto e storia, tra immagini e parole, a renderlo importante, nella sua autentica unicità. Un binomio semplice, antico, in questo caso utilizzato nelle sue massime potenzialità, con i valori imprescindibili di chiarezza, universalità e verità.

Il progetto di Brandon Stanton è un moderno romanzo, collettivo e scomponibile, sempre in aggiornamento.

Se molti possono dirsi capaci di scattare un ritratto ad un perfetto sconosciuto, non è altrettanto facile diventare, come Brandon, un confidente e un narratore efficace.

"I don't know how old I am." - Mumbai, India


Non senza difficoltà:

"Non importa quanto gentilmente io mi approcci con qualcuno, e non importa che parole io utilizzi, molte persone diranno di no. Possono passare giorni in cui neanche una persona dice si. Quindi richiede molta perseveranza. E pazienza. E comprensione. […]

Soprattutto nelle grandi città, le persone sviluppano uno scudo per evitare incontri non graditi. Evitano il contatto visivo. Si rifiutano di fermarsi. Sembrano costantemente “in ritardo per un meeting”.

È stato difficile mantenere la fede nel significato e nel valore del mio lavoro. Ma ogni volta che facevo cadere una barriera, e trovavo una persona dall’altra parte, questo mi dava la carica. […]

È il processo di attraversare la persona per quello che è. Trovare cosa c’è dietro lo scudo e raccontarlo agli altri. Se i nostri scudi sono quello che ci separa, quello che c’è dietro ci unisce: le battaglie, le preoccupazioni, il dolore, la debolezza. Tutti i punti deboli. Quel che proteggiamo. Queste sono le cose che ci connettono - se solo lasciamo che gli altri le vedano".

Estratto da Brandon Stanton, Humans, 2020.


Sfogliando immagini e storie, alcune ci colpiscono per l’eccentricità della persona ritratta, altre al contrario per la totale semplicità; alcuni episodi li salviamo in galleria perché ci fanno sentire per un attimo meno soli, altri li condividiamo sentendoci davvero tra i fortunati, altri ancora perché ci ricordano qualcosa di noi, o di qualcuno che abbiamo conosciuto.


People scream from their balconies ‘Don’t play here!’ But where else are we supposed to play? And they tell us: ‘Don’t play so loud!’ But how do you play not loud?”- Cairo, Egitto



In fondo però il successo di Humans of New York è dato dal suo essere un’ottimistica speranza sul mondo in cui viviamo; ci permette di pensare che esistano ancora persone che “sentono”, che “ascoltano”, che si mettono “nei panni di.” Sentiamo quel raro privilegio di credere ancora nella forza della vita, ma anche di non chiudere gli occhi di fronte alle storie più difficili, a quelle più inspiegabili e assurde. La bellezza della diversità, del socialmente ed etnicamente lontano da noi, ci appaiono quotidianamente in bacheca, in mezzo a post sconfortanti sull’ultima assurda ottusità dell’uomo o, nell’ultimo anno, sulla pandemia. Anche di questi tempi la volontà di condividere storie di vita non si è fermata e Brandon ha lasciato che fossero queste storie, per la prima volta, ad andare da lui, chiedendo a chiunque lo seguisse di inviare un episodio importante che rappresentasse: "ricordi di una vita normale, di una felicità normale, di un amore normale". Certo, non tutte le storie ci offrono conforto, i volti e le voci che ci appaiono non sono lì per tranquillizzarci sulla perfezione della vita, ma per ricordarci della sua incredibile varietà e imprevedibilità. Humans of New York ci concede di guardare, non come curiosi voyeur spinti da invidia o cattiveria, e di ascoltare, in modo nuovo. Di staccarci, nel tempo di un post, dall’egocentrismo che spesso ci contraddistingue.

Di sentirci tutti umani, a New York e nel mondo, semplicemente perché vivi.

"When I'm bored, I call up Radio Pakistan and request a song, then I start dancing.

I'll even dance on a rainy day. It's my way of expressing how grateful I am. I am the happiest man in Pakistan". - Passu, Pakistan


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