RINASCITA TRA ARAZZI E DETRITI | ARTE E ATTUALITÀ



Una massa nera informe si aggira per le strade di una Los Angeles deserta. I movimenti fluidi ci portano a dedurre che sotto a quel lenzuolo ci sia un corpo umano che si contorce, che vaga solitario e silenzioso sui marciapiedi e nei parcheggi desolati. Solo qualche auto in lontananza. Non c’è traccia di altri esseri umani. La stessa massa informe sembra avere ben poco di umano. Sembra muoversi per inerzia, come una bandiera agitata dal vento.



Vediamo in effetti una bandiera con su scritte delle parole cadere a terra, e ora il lenzuolo che avvolge l’entità non è più quello nero anonimo di prima, ma è la bandiera stessa. Gli esseri umani si moltiplicano, ognuno avvolto nella propria bandiera, e in sincronia, sembrano danzare nella notte. Ora riusciamo a leggere le lettere impresse sulla bandiera nera: una scritta che gradualmente trasforma “Nowhere” in “Somewhere”.



Ed ecco che affiora una mano: il primo segno di umanità non dedotto, ma mostrato.


Il video, intitolato Flags and Debris – "bandiere e detriti" – è stato girato dall’artista statunitense Doug Aitken nel 2020, in uno scenario ormai a tutti ben noto: l’atmosfera di una città messa in pausa, svuotata della sua linfa vitale... restano solo i detriti di una guerra silenziosa.


Dietro le quinte, scopriamo che sotto le bandiere ci sono ballerini del gruppo LA Dance Project. Più che “bandiere” l’artista li ha chiamati “arazzi”, realizzati proprio da lui con dei tessuti trovati nella sua casa a Los Angeles la scorsa primavera, durante il primo lockdown. È proprio allora che Aitken ha concepito l’idea di base del video.


C’è la dialettica assenza-presenza, immaterialità-corporalità, staticità-dinamismo come analisi diretta di ciò che la pandemia di Covid-19 ci ha portato a vivere. Contrasti che questo video traduce in immagini semplici ma non per questo meno accattivanti.


La mostra, intitolata anch’essa Flags and Debris, espone diversi arazzi, e uno in particolare si connette specificatamente con il messaggio del video.


When I was alive I awoke every day. My eyes snapped open, I listened and thought of where I was, the room, the town, the city. My body motionless, I breathed the air, adjusted to the light, absorbed the color. I merged with all that was around me, realizing there will be no next time, that each moment is unique, different from every other.
Quando ero vivo mi svegliavo ogni giorno. I miei occhi si spalancavano di scatto, ascoltavo e pensavo a dov'ero, la stanza, la città, la città. Il mio corpo immobile, respiravo l'aria, mi adattavo alla luce, assorbivo il colore. Mi sono fuso con tutto ciò che era intorno a me, realizzando che non ci sarà la prossima volta, che ogni momento è unico, diverso da ogni altro.

Queste toccanti e attuali parole sono state estrapolate dal romanzo fantascientifico di Adolfo Bioy Casares, La Invención de Morel (1940). Uno scrittore, condannato all’ergastolo, si nasconde su un’isola deserta. Quando arrivano dei turisti, il fuggitivo si innamora di una di loro ma si tiene a distanza per paura di essere consegnato alle autorità. Nel libro c’è un sentimento vissuto da lontano, senza potersi avvicinare, senza abbracci, senza baci, senza contatto. Senza spoilerare, il libro descrive una realtà che a grandi linee può essere paragonata al momento attuale, e le parole riportate sull’arazzo potrebbero essere scritte o dette da ognuno di noi, lontani dai propri cari, lontani dalla vita vera.


È straordinario vedere come senza mostrare volti, nomi, storie, Flags and Debris sia arrivato a toccarci dentro e a farci sentire chiamati in causa. Il senso di “perdita” che ognuno di noi prova da un anno a questa parte ci accomuna, e ci troviamo a voler ballare coperti da arazzi che riportano frasi, identità, storie personali per riavere quel senso di collettività e di appartenenza che prima ci identificava.

E seppur la distanza e la paura ci hanno svuotati e ridotti a “lenzuoli neri”, insieme possiamo emergere ancora come una nuova umanità, più unita e consapevole, come quella mano che spunta fuori dal lenzuolo, simbolo di una nuova vita post-pandemia.

Articolo di Noemi Pagliardini

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