Louise Bourgeois | 2 minuti di...


“Essere un artista non è un tormento, è un privilegio”

Nata nel 1911 a Parigi, figlia di genitori benestanti, Louise Bourgeois contribuisce fin dalla sua infanzia all’attività familiare, dedicata al restauro di arazzi.

Per alcuni critici, l’arte di riparare figure preannuncia in qualche modo la sua tendenza artistica che oscillerà sempre tra danno e riparazione. Dirà a questo proposito:


“Non è un’immagine che cerco. Non un’idea. È un’emozione che voglio ricreare, l’emozione di volere, di dare e distruggere”.


La natura ambivalente e complessa di Bourgeois fin da bambina si può ricondurre agli accadimenti della sua infanzia, in particolare la convivenza forzata con l’amante del padre, dopo il suo ritorno dalla guerra, e una dolorosa ammirazione nei confronti della madre. Decisa a fuggire da quella situazione, Bourgeois si dedica con impegno all’Accademia d’arte e ha la possibilità di frequentare l’ambiente surrealista nello studio di Fernand Léger. Nel 1938 sposa lo storico dell’arte Robert Goldwater (1907-73) e con lui si trasferisce nell’attraente e famelica New York.


È soprattutto a partire dagli anni Sessanta che, dopo essersi ambientata e aver compreso il sistema in cui può operare in modo indipendente e irruento, Louise trova una dimensione del tutto personale.

Si dedica alla creazione di oggetti polimaterici che attraggono e allo stesso tempo respingono con repulsione, rimandi sessuali vulnerabili e aggressivi, come lei. Tra le prime opere sviluppa la serie Donne-Case, in cui il nudo femminile diventa rifugio, spesso violato. La poetica surrealista, soprattutto per quanto riguarda l’inconscio e la presenza del feticcio, è sempre più presente nelle sue soluzioni artistiche, così come lo spirito femminista, soprattutto dopo la morte del marito nel 1973.

Con intenzioni simili a quelle di Eva Hesse e di Yayoi Kusama, l’arte di Louise Bourgeois persegue il tentativo di esorcizzare paure e di ripercorrere momenti, memorie radicate. La sua arte rimanda a una dimensione prettamente interiore, di bambina e poi donna, che si trasforma in esperienza universale:


“La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma”.

In una scultura come Spiral Woman (1984) “La spirale è un tentativo di dominare il caos”[2], instabile, fissata e al tempo stesso libera e in movimento. Ma anche nella soluzione ambientale di Cells (…) - stanze allestite con stoffa, vetro, marmo, legno e piene di moltissimi oggetti tra cui sculture, clessidre, specchi, vasi - lo spazio rappresenta forme differenti di dolore: fisico, emotivo e psicologico, mentale e intellettuale. “Ogni Cell ha a che fare con la paura. La paura è dolore. […] Ogni Cell ha a che fare con il piacere del voyeur, il brivido di guardare e di essere guardati. Le celle si attraggono o si respingono. C’è questa urgenza di integrare, fondere o disintegrare”.



Pensando a Louise Bourgeois, artista “nota, ma che non si conosce”, non si può che avere stampata nella testa l’immagine di un imponente ragno che si staglia davanti ai nostri occhi e sembra inghiottirci. Questo perché a partire dagli anni Novanta, tornando alla presenza e figura materna, Bourgeois concepisce forme di ragni, tessitori attenti e pazienti, che intimoriscono e sovrastano, ma anche ci rimangono accanto, solidi, protettori. Ne ha realizzati in varie dimensioni e materiali, dai più piccoli in tessuto ai giganteschi come Maman (1999), in acciaio e bronzo.



Per lei l’opera è necessaria, è pulsione fisica che deve essere tradotta, un ricordo che torna alla mente, una visione dell’amore, della vita, della morte. Un passo che si avvicina e poi si allontana dalle sofferenze, ma che rimane saldo e ancorato nel momento di essere sé stessi.

Le numerose retrospettive e monografiche che le hanno dedicato i musei di tutto il mondo hanno solo tentato di esaurire il discorso sulla sua produzione.

Il volto solcato dalle rughe, che ha lasciato questo mondo e quello dell’arte nel 2010, è difficile da dimenticare. Ugualmente difficili da dimenticare sono le sue opere e le sue parole, la sua infanzia e la sua dedizione all’arte, tutte frutto di una donna complessa e semplice al tempo stesso, estremamente concreta e solida, quanto fragile e imprevedibile.

Umana solitaria, moderna e insieme contemporanea, ha attraversato un secolo di storia, lasciando un segno tangibile del privilegio di essere artisti, e di quello ancor più grande di esserne suoi spettatori.



Articolo di Rachele Bettinelli

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