LE MANI DELLA METRO | ARTE E ATTUALITÀ

Conoscete Subway Hands? Le sue foto hanno attirato la curiosità di ben 268.000 followers in una piattaforma, Instagram, sempre più satura di contenuti editati appositamente per rientrare nei canoni di perfezione stabiliti dalle mode social. Questo piccolo account non usa filtri né inganni. Eppure è riuscito a catturare la nostra attenzione senza sforzi.


La fotografa è Hannah La Follette Ryan. Nella sua pagina troviamo scatti o brevi video di mani, più precisamente le mani dei frequentatori della metropolitana di New York City.

Perché la metro? Perché per la fotografa è il luogo che più assomiglia a un limbo, dove le vite di tutti sono messe in pausa e condividono la semplice e breve esperienza di un viaggio.


In metropolitana ci si lanciano occhiate sfuggenti o ci osserva con attenzione. Proprio qua si notano i dettagli degli altri, altrimenti risucchiati dalla frenesia della vita che riprende inesorabilmente a fine corsa.


E perché le mani? Il fotografare quell’unica parte del corpo diventa tentativo di narrare il viaggio di individui lasciati senza volto, che privati della loro individualità, diventano simbolo della collettività. Le mani non sono altro che un mero “abstract” di quello che è la persona nel suo insieme, ma nei suoi dettagli non ci è difficile scorgere indizi che ci portano a ricostruire una personalità, uno stile di vita, gli affetti, gli imprevisti, il tempo che passa.


Tatuaggi, anelli, guanti, rughe, tagli, smalti, smartphones, sigarette, fazzoletti, buste della spesa. Mani occupate, mani solitarie, mani intrecciate con altre mani. Mani che proteggono e mani che si proteggono.

Le osserviamo e ci viene spontaneo chiederci: quale sarà il nome di queste persone? Dove staranno andando? Avranno qualcuno ad attenderli alla fermata? Questa coppia è felice? Vorrà regalare i fiori che tiene in mano o le saranno stati regalati? Che libro starà leggendo?

Se venissero fotografate le mie mani, che storia racconterebbero?



Vogliamo saperne di più, vogliamo conoscere l’identità dietro quelle mani non nostre. E l’idea che questa curiosità possa quotidianamente essere diretta a noi ci elettrizza. Chissà cosa immaginano gli altri quando ci rivolgono uno sguardo. Chissà se la vita che la loro mente costruisce nel momento in cui i loro occhi si posano sulle nostre mani corrisponde alla vita che abbiamo.


A volte basta un dettaglio a raccontare una storia, a farci sentire al contempo spettatori delle vite degli altri e attori nelle menti altrui. Un viaggio in metro per farci entrare in un breve ma significativo contatto con gli altri, per ricordarci che siamo umani e siamo connessi l’un l’altro dall’esperienza comune della vita.

Articolo di Noemi Pagliardini

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