LA LUCE CHE NON DEVE MORIRE | ARTE E ATTUALITÀ

Non vi è ipocrisia nelle parole usate dalla poetessa cesenate Mariangela Gualtieri nella raccolta Quando non morivo (2019), dove un potente gioco di luce e ombre descrive un mondo spento dal peccato dell’indifferenza.



Attraverso quello che sembra essere un inno alla natura, maestra e anima di tutto ciò che è terrestre, Mariangela mostra come l’uomo abbia le “palpebre cucite” di fronte alla bellezza che essa offre. Non si trattiene dal battezzare la specie umana “tumore o febbre passeggera di questo verde globo – parassita folle che rema contro sé”.



Ma la verità ultima è che c’è splendore in ogni cosa: nella purezza degli animali, nel respiro dei cipressi, nella luce del mattino, nel torpore del risveglio, nei colori dell’autunno. Sta a noi captarlo. Chi se ne rende conto non è “uomo”, né “donna”, ma “animale estatico".

L’animale estatico, seppur uomo, non fa parte della specie umana, smarrita nel buio. L’animale estatico è più affine agli animali, creature pure in grado di contemplare lo splendore. L’uomo moderno, imprigionato nel malessere normalizzato dalla società, non sa più cosa voglia dire guardarsi intorno e vedere davvero.



Tuttavia, su questa nota positiva, Mariangela ci assicura che, seppur cieco e corrotto, l'uomo rimane un’anima capace di provare sentimenti, e questo sentire è l’ultimo suo legame con la natura stessa, l’ultima luce che non deve morire.


Questi versi del poeta gallese Dylan Thomas vengono citati nella raccolta e ci parlano dell'incombere della morte – la notte – e del graduale spegnersi della vita – la luce.


“Do not go gentle into that good night. Rage, rage against the dying of the light”
“Non andartene docile in quella buona notte. Infuria, infuria contro il morire della luce”

Mariangela riprende il binomio luce-oscurità, dove la prima è la condizione dell’animale estatico, di colui che vede, e la seconda è la cecità a cui la disattenzione e l'indifferenza conducono. Non nega il lento sprofondare dell’uomo in un "abisso minaccioso", ma questo buio non va temuto: bisogna immergercisi e percepire la propria paralisi interiore per liberarsene.

Bisogna aprire gli occhi nel buio.


Per concludere, in Esortazioni a se stessa introduce il lettore all’aspetto salvifico della natura, unico rimedio alla nostra alienazione.

Gli uomini si fanno guerra per affermare la propria superiorità, si isolano nella loro individualità, ma dovrebbero ammirare il lupo che seppur forte, è sempre solidale con il suo branco.

Gli uomini si affliggono annegando in pensieri assillanti, affaticati dal caos che invade le loro menti, ma dovrebbero anelare al saggio silenzio dell’acqua per riuscire a sentirsi.

Gli uomini non desiderano privarsi dei lussi della vita, appesantiti da una costante mania di apparire, perdendo di vista la semplicità dell’erba, che senza rami né foglie cresce piena di vita.


Dovremmo imparare dalla natura.


Articolo di Noemi Pagliardini

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