LA GEOGRAFIA DEL BUIO | ARTE E ATTUALITA'

“Avere le parole per dire il caos non salva da niente, ma almeno disegna il labirinto. La geografia del buio è un racconto attraverso la ferita del mondo. Una perdita di aderenza dal reale e il tuffo in un’oscurità che racchiude in sé la violenza della vita e riscopre nell’amore l’unica salvezza.”


Quella di oggi non vuole essere la recensione di un album musicale indirizzata ai fan, e nemmeno un invito velato all’ascolto. Forse anche, ma non solo. È soprattutto una riflessione su quello che Michele Bravi (1994) ha provato ad accettare e raccontare, attraverso il suo ultimo progetto discografico “La geografia del buio”. Dieci tracce per guardare, perché è questo che si prova, il buio. Quel buio che è calato improvvisamente sulla sua vita dopo un tragico incidente, e che lui chiama “strappo”, accaduto nel 2018.

In quel buio, la posizione delle cose viene alterata, si fa fatica a riconoscere le cose del mondo, gli angoli e le pareti, le stanze e le strade, tutto ciò che alla luce aveva un senso. È allora che Michele tenta di ricostruire una geografia, quella materia a cui si dà così poca importanza a scuola, dice, ma così necessaria per sapere qual è il nostro posto e ciò che abbiamo intorno. A sentirci meno persi, come lui si è sentito per due lunghi anni, prima di tornare a parlare, a cantare, ad essere, a sentire il suo corpo.

Le coordinate della vita sono cambiate improvvisamente e il cantante racconta di quanto sia stato importante, oltre al suo percorso di terapia (nel suo caso l'EMDR), avere un angelo vicino. Una persona che lo ha accompagnato in quel buio, semplicemente ricordandogli il posto delle cose, facendogli strada con delicatezza e saggezza.

Michele canta di quanto sia stato difficile non sentirsi unico nel suo dolore, perché questi momenti bui esistono sotto forme diverse nella vita di ognuno, ma “il linguaggio del dolore è sempre lo stesso” e Michele prova a raccontare il suo, con gentilezza e umanità, nell’unico modo che conosce.

La musica ha avuto la sua importanza, ma solo accompagnata da un percorso medico perché, come ha dichiarato in molte interviste, la musica da sola non può salvare, ma solo dare ordine alla confusione, testimoniare. Per Michele la forza sta nella condivisione del dolore, come dell’amore, ed è questa l’idea grazie alla quale è nato il progetto.


“Molte volte, quando si parla di dolore, si pensa a qualcosa che ti invitano a ingoiare, stritolare, farlo implodere, nasconderlo, aspettare che il tempo lo lenisca, ma non è così, anzi queste sono informazioni pericolosissime da dare sul dolore.”


Ci si ritrova a condividere alcune prese di coscienza, riflessioni che si snodano e si sviluppano traccia dopo traccia, con l’alternanza di silenzi, vuoti, parole e immagini evocate, ma vive.

Due elementi specifici dialogano sempre: la voce di Michele e un pianoforte. Il piano che ha scelto personalmente, verticale, risale al 1920, e la sua anima in legno trattiene tutta la sua travagliata storia. E il suo equilibrio è instabile, imperfetto, a volte stonato, come la voce che è stata registrata con tutte le sue rotture, le sue imperfezioni.

Le stesse della vita.

“All'interno del disco puoi sentire lo scricchiolio del seggiolino del pianista, che è Andrea Manzoni, puoi sentire il suo respiro prima di premere i tasti del pianoforte, puoi sentire il mio respiro primo di cominciare a cantare e anche il ronzio del frigorifero, perché l'ho registrato nel salone di casa: tutto questo silenzio che in realtà è un ronzio continuo il ronzio del trauma.”


La sensibilità di Michele Bravi ha dato vita e ordine a questo album, che trova la sua linfa anche in alcune letture a lui care. Tra queste “Diario di un dolore” di C. S. Lewis (1961), dove lo scrittore a seguito di una perdita parla del buio come un processo, non uno stato. Qualcosa da arredare, a cui dare spazio; ma c’è anche il celebre romanzo di Gabriel García Márquez “L’amore ai tempi del colera” (1985), perché racchiude la speranza che si riducano le distanze, come quella tra Michele e chi lo ha accompagnato nelle sue difficoltà, quel ragazzo che ha scoperto di amare e che ora è lontano da lui, a cui sarà sempre e comunque grato.

E sono proprio la speranza e l’amore, due concetti che appaiono così banali e al tempo stesso mai così necessari come oggi, a scorrere con le note in questo concept album, votato alla parte di umanità più frangibile.

Ad ogni minuto di ascolto comprendiamo che il dolore e l’amore raccontati, tra pianoforte e parole, è stato vissuto in profondità, in un modo terribilmente consapevole. L’unica cosa sicura, e non è poca cosa, è che la promessa dell’alba si fa più vicina, e testimonia che il buio appartiene a coloro che lo sanno attraversare, a chi ha la forza di camminare passo dopo passo anche senza coordinate certe, a chi sa che il nero si trasformerà in acquamarina, e la nebbia diradata ci mostrerà una riva.


Articolo di Rachele Bettinelli


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