L'abbraccio | Arte e attualità


abbracciare v. tr. [der. di braccio] – Cingere, afferrare, serrare con le braccia una persona, in segno di affetto; […] abbracciarsi a qualche cosa, afferrarsi, sostenersi: mi abbracciai all’albero per non cadere; la vite s’abbraccia ai rami del pioppo. Nel rifl. reciproco, stringersi con le braccia l’un l’altro.


Rosa Luzia Lunardi ha 85 anni e da cinque mesi vive isolata nella casa di cura Viva Bem di San Paolo, in Brasile, per proteggersi dalla pandemia. Finalmente il 5 agosto 2020, il primo vero contatto: un abbraccio. Quello dell'infermiera Adriana Silva attraverso un telo di protezione pensato appositamente per permettere quel tanto desiderato momento.

Mads Nissen (1979) ci restituisce quell’istante, nel suo scatto vincitore del World Press Photo of the Year. Una singola foto simbolica, un’immagine iconica - come l’ha definita Kevin WY Lee, fotografo e membro della giuria - che riesce a dire molto del Covid-19, e moltissimo di noi.


Mads Nissen, The First Embrace, 2020, vincitrice del World Press Photo of the Year


Racconta dell’amore, quando i tempi si fanno difficili, e della semplicità rincorsa in un gesto. Qualcosa a cui non pensiamo quotidianamente, ma che è risuonata durante quest’anno di pandemia, come una risorsa inaccessibile.

Una fonte di energia impraticabile.

L’abbraccio è una forma di contatto unica, forse per questo tanto ricercata nei mesi trascorsi tra incertezza e solitudine. Perché l'abbraccio si dà e si riceve, è reciproco, crea uno spazio in cui si può essere di conforto e nello stesso tempo essere confortati. È, come dice la poetessa Chandra Livia Candiani, “uno spazio di carità tra te e l’altro”, che si crea avvicinandosi lentamente, in un universo senza un vero centro, disarmando le proprie ali, vulnerabili perché difesi dalle braccia di chi vuole starti accanto.

Delle ali sembrano formarsi anche nell’immagine di Nissen; ali ferite, rese pesanti da un senso di perdita e di separazione, ma ancora capaci del loro compito più nobile. Sembra assurdo perché oggi, senza quel telo di plastica, stare così vicini a qualcuno è un potenziale pericolo, mentre fino ad un anno fa era uno dei pochi atti dell’uomo a sospendere il tempo, a regalare presenza, rassicurazione, comprensione.

Il Brasile sta ancora attraversando l’emergenza e con più di 3.000 vittime al giorno rimane tra i paesi più colpiti. Quella che per il Presidente Bolsonaro è sempre stata un’influenza ha portato Mads Nissen a trattenere altre immagini per la serie, testimonianze di quotidianità stravolte.


Un'altra fotografia dal progetto Brazil ravaged by ‘the small flu’, 2020


Ci sono mancati i caffè per caso, al tavolino di un bar; i nostri piccoli vizi, la spensieratezza di non pensare a dove e quando passeggiare, darsi appuntamento, progettare. Ma The First Embrace ci ricorda di quanto sia più forte la mancanza di sederci vicini, andare “a casa di”, toccare con mano e finalmente abbracciarci, esposti e al tempo stesso protetti.

Il fotografo danese, oggi residente a Copenaghen, aveva già vinto il World Press Photo nel 2015, grazie allo scatto che ritrae una coppia omosessuale nello spazio sicuro della sua intimità.. Oltre al problema dell’omofobia in Russia, ha documentato le conseguenze umane e sociali dell’ascesa economica della Cina, ha dato un volto alla rivoluzione in Libia (2011) e alla complessa storia del Sudan. Nel 2014 si è concentrato su un’altra terribile epidemia, quella di Ebola in Sierra Leone, che ha contato più di 11.000 morti.


Mads Nissen, Homophobia in Russia, 2014


L’approccio di Nissen al fotogiornalismo risulta chiaro anche a chi lo conosce appena: sente quello che vede. Prova empatia. Poi come ogni buon fotografo cerca di mantenere l’equilibrio tra anima e professionalità per realizzare uno scatto efficace. La sua costante è l’interesse autentico, il sentimento nei confronti di una situazione o di una tematica che lo porta in maniere inevitabile ed umana ad una presa di posizione. Il suo sguardo artistico e creativo gli permette di ottenere un senso estetico preciso, ma è sempre l’emozione a guidarlo affinché la storia, quella che lui ha scelto di raccontare, diventi iconica e universale. Il Covid ha riguardato ognuno di noi, in maniere differenti, vicine o distanti. Ciò che ha fatto vincere Nissen è stata probabilmente la sua intelligenza emotiva: quella di riconoscere la nostra comune nostalgia verso un gesto necessario, naturale, profondamente vitale. Quell’abbraccio ci rimane negli occhi, per la straordinaria potenza che gli riconosciamo proprio adesso, nel momento in cui ne siamo privati, con la speranza incrollabile di poterlo riconquistare .



“Adesso non sono solo” pensò mentre l’abbracciava.

«Vedi» gli sussurrò la mamma «proprio per questo hanno inventato l’abbraccio.»


David Grossman, L’abbraccio, Mondadori, 2018


Mads Nissen, dallla serie South Sudan: A young nation killing itself




0 commenti

Post recenti

Mostra tutti