ITALIANITÀ E DISINCANTO IN MARTIN EDEN | ARTE E CINEMA

Sono innumerevoli le ragioni per cui Martin Eden, film di Pietro Marcello presentato alla 76ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, può vantarsi di averci stregati.

Luca Marinelli veste i panni di un illetterato marinaio che, ispirato dal suo sentimento per la borghese Elena Orsini (Jessica Cressy) – emblema di quell’ascesa sociale a cui tanto aspira –, persegue con le unghie e con i denti il sogno di istruirsi e diventare uno scrittore.



Il film è un adattamento di stampo italiano dell’omonimo romanzo di Jack London (1909), scrittore e drammaturgo statunitense.

A differenza di London, Pietro Marcello inserisce il percorso umano e sociale del marinaio nel contesto napoletano. La Napoli del secolo scorso diventa così un personaggio a tutti gli effetti e quasi sposta in secondo piano le vicende del protagonista. Vediamo la città attraverso uno schermo, ma ci sembra di viverla, di camminare per le sue strade, di immergerci nei suoi colori e odori.


Napoli si palesa nel viavai di gente per stretti vicoli, nel risuonare di voci altisonanti che dominano i mercati, nella semplicità dei giochi e delle danze dei bambini, negli sguardi fugaci e scrutatori degli anziani. È nel popolo, tanto nelle loro gioie quanto nelle loro sofferenze.


Questa è la poesia di Martin, che inizialmente riceve poco successo tra i ceti sociali più elevati.


Il lungometraggio ci rende spettatori di un enorme divario sociale. Martin scrive, e proprio grazie alla scrittura, riesce ad assaporare entrambe le realtà: prima da marinaio, poi da poeta acclamato dalle folle. Una volta entrato in quel mondo a cui aveva sempre anelato, si rende conto della sua mancanza di spessore e della sua fragile consistenza fatta di apparenze e di artificio.



Raggiunta questa consapevolezza, sente il nostalgico richiamo delle sue origini. Il suo disincanto lo fa affondare come una barca dispersa in mare.


Lo scrittore Martin Eden non esiste, è il frutto delle vostre menti. Quello che avete davanti è un malandrino, un marinaio.

Luca Marinelli, con la sua potenza oratoria e la sua bellezza anticonvenzionale che riporta tratti tipici dell’italianità di un tempo, ci introduce in questo vortice di emozioni contrastanti: Martin ha finalmente raggiunto il suo obiettivo, ma lo rinnega perché quel mondo non gli appartiene.


Nelle teorie evoluzionistiche darwiniane, il più forte elimina il più debole. Ma Martin è un individualista: crede nell’individuo e nel suo riscatto sociale e morale, e i suoi ideali non possono di certo adattarsi alla mentalità classista della famiglia di Elena.


È tramite l’istruzione da autodidatta che il marinaio riesce ad aprire gli occhi di fronte alla falsità di quel mondo apparentemente dorato che ora si mostra in tutto il suo degrado interiore. Vediamo la rabbia di Martin quando Elena gli chiede di non mettere così tanto dolore nelle sue poesie, e lui in risposta la trascina per le strade napoletane, le mostra la povertà e la miseria delle famiglie, la vita vera davanti a cui i ceti più alti si fanno ciechi.


In un’intervista all’attore, il pensiero di Marinelli si mostra in linea con quello del suo personaggio:


La sensibilità permette di vedere il mondo; ti porta a rispettare quello che ti sta attorno. Il vero intellettuale riesce a mettersi allo stesso livello della società, a guardarla negli occhi, a parlare all’uomo comune senza essere supponente, solo mostrando quello che c’è, quello che succede.

Articolo di Noemi Pagliardini

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