IMMAGINAZIONE AL NEON | ARTE E ATTUALITÀ

If you must take my life, spare these hands recita in un blu elettrico l’installazione che ci accoglie all’ingresso del Padiglione Filippine alla Biennale di Venezia 2017.

“Se devi togliermi la vita, risparmia queste mani”. Poche parole, un milione di possibili scenari che si affollano disordinati nella nostra mente.

Chi è che parla? Di chi sono le mani che devono essere risparmiate?

Ed ecco che storie di ogni tipo iniziano a proporsi come potenziali risposte.



Possiamo immaginarci una guerra, davanti ai nostri occhi si materializza la sagoma di una madre che all’arrivo dei soldati nemici li supplica di risparmiare le mani – la vita – del figlio. Violenza, amore. Se devi togliermi la vita, risparmia queste mani.


Potrebbe essere uno scenario epico: un re che all’arrivo delle truppe avversarie sa di avere i minuti contati ma chiede al suo nemico di non spargere altro sangue. Rassegnazione, coraggio. Se devi togliermi la vita, risparmia queste mani.


Un ospedale: un malato terminale che prega il Dio che lo attende di lì a poco di non riservare lo stesso destino al suo vicino di letto, un bambino, troppo giovane per andarsene. Morte, speranza. Se devi togliermi la vita, risparmia queste mani.


Addirittura potremmo immaginarci un artista ossessionato dal suo lavoro. In un momento di introspezione, si rivolge alla follia che si sta impossessando di lui fino ad annichilirlo e le chiede di risparmiargli le mani, l’unico mezzo che creando può dar voce al suo io interiore tormentato. Se devi togliermi la vita, risparmia queste mani.


Le scene che possono adattarsi a queste parole lasciate lì, in sospeso, senza contesto, sono infinite così come lo è la gamma di emozioni che ci trasmettono. E l’artista filippino-canadese Lani Maestro basa la sua poetica creativa proprio su questa potenziale infinità.




“C’è violenza nel linguaggio che utilizzo ma è anche un modo per sovvertire il linguaggio stesso. [...] Spero che i miei lavori sollevino la domanda "dove situiamo noi stessi quando siamo posti davanti a ciò?". Nell’Arsenale le mie opere mantengono la sensazione di star “conversando” con chi le osserva, e si espandono nello spazio divenendo un’esperienza corporea, una colonizzazione interna della profondità di questa violenza”.

Siamo chiamati a interpretare l’opera. Le parole mutano di significato in base all’esperienza che ne facciamo individualmente, e l’artista non deve interferire dando indicazioni su come è giusto interpretarle e cosa è adeguato immaginarsi. Veniamo lasciati liberi di leggervi la nostra versione della storia, di sentire quelle parole più o meno vicine a noi stessi.

Per non parlare della grande vetrata sopra cui è stata posizionata l’installazione. La decisione dell’artista è simbolica: come una finestra sul mondo esterno lascia intravedere un viavai continuo di gente, questa sorta di soglia tra il reale e il potenziale ci induce a pensare che la frase che la sovrasta possa adattarsi alle vite degli individui che passeggiano sotto il cielo veneziano. Chiunque può diventare protagonista della nostra storia.




La frase rappresenta i due versi finali della poesia Flowers of Glass di José Perez Beduya, tratta dalla raccolta Throng del 2012. Attraverso immagini quasi oniriche, la poesia suggerisce che il concetto d’identità è sfuggente, specialmente in un mondo frammentato come il nostro che ha privato le cose della loro intima essenza.

La raccolta esprime la necessità che l’umanità ritrovi le sue radici, le vecchie solide certezze, l’identità perduta e tenti così di ricostruire un senso tra i detriti e le rovine per poter sopravvivere e andare avanti. Allo stesso modo Lani Maestro lascia alle sue opere un’aura di vaghezza, di potenzialità nascosta.

Saremo noi, i passanti, a farle proprie e dar loro una storia.

Articolo di Noemi Pagliardini

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