I PITTORI DI NOTTE | NELL'ARTE

Alcuni rincasano con il desiderio di prendere sonno nel più breve tempo possibile.

Altri si dirigono per le strade della città in cerca di compagnia o di solitudini condivise.

Gli ultimi, pensatori dall'animo profondo, vivono la notte interrogandola, scrutando lei ed i suoi abitanti per fissare attimi, sensazioni e consapevolezze.


Nel 1888 a seguito del trasferimento ad Arles, Vincent Van Gogh scelse un vicolo acciottolato e

iniziò a dipingere. Tavoli, sedie, un cameriere in bianco in mezzo a borghesi in nero affollano la

luminosa “Terrazza del caffè in Place du Forum” investita dall'unico fascio di luce presente nella

scena.

Nello stesso vicolo una coppia passeggia, sta per raggiungere il locale, mentre due persone

solitarie si allontanano dalla mondanità della notte.

Il buio si staglia sul fondo del quadro, la luce si perde per la strade della città che sta per addormentarsi. In cielo. le stelle incastonate nel blu testimoniano l’ossessione del pittore olandese e la ragione, l’unica, della sua attenzione alla pittura notturna.

Van Gogh non desiderò avvicinarsi alla caratterizzazione psicologica, sociale, introspettiva della gente, la lasciò comodamente seduta al bar, mentre intingeva i suoi pennelli affannosamente, ininterrottamente nei suoi colori.

Nel suo disinteresse si cela il suo essere incompreso ed il suo non comprendere.

Van Gogh, “Terrazza del caffè in Place du Forum”, 1888


Pochi anni dopo nel 1892, Edvard Munch dipinse la notte affidando alla “Sera sulla via Karl Johan” la rappresentazione della società a lui contemporanea.

Come appoggiati ad una balaustra i busti delle figure in primo piano sono tagliati, sbilanciando la distribuzione dello spazio nel quadro.

La massa avanza verso noi spettatori, movimento lento ma continuo, opprimendo il nostro spazio.

Dalla sinistra alla destra del quadro i volti pallidi, scarni, ingialliti sono macchie a contrasto con il

nero degli abiti.

Accanto alla via della marcia mondana, l’uomo solo avanza controcorrente.

Omologazione, molteplicità e diversificazione, solitudine sono i concetti tradotti in immagine dal

pittore che vive con sofferenza ed estrema difficoltà ciò che lo circonda, scegliendo, perciò, di

opporre i suoi passi a quelli di tutti.



I pittori scelsero spesso la notte per raccontare le persone ed i luoghi.

Edward Hopper nel 1942 fece di un dipinto una scena iconica da pellicola americana. All’angolo di una strada deserta, le pareti a vetro di un bar notturno svelano la presenza di tre solitari appoggiati al bancone.

Il barista attende che qualcuno pronunci qualche parola, ma i tre non sembrano essere interessati a parlare.

Uomini e donne moderni specchiano i loro volti in bicchieri di whisky e tardano il rientro nelle loro

case.

Nottambuli” coloro che vivono la notte, vagando tra pensieri e volti per sfuggire al sonno.

Hopper raffigurò l’estrema solitudine, quella della fissità dei personaggi e il divenire dei loro pensieri.

Nella terrazza di un caffè francese, per la vie di una fredda città norvegese o nel bar di una strada americana tutto sembra essere immobile, silenzioso.

Resta l’idea, che tra gli infiniti traffici dei nostri pensieri, solo la notte sappia accogliere le nostre solitudini.




Martina Cambareri

0 commenti

Post recenti

Mostra tutti