GLI SPAZI CULTURALI DEL RICORDO | ARTE E ATTUALITA'

Esiste una tipologia di spazio culturale legato, per il contenuto espositivo e gli obiettivi, al ricordo.

In questa giornata, consacrata alla memoria delle vittime dell’Olocausto, penso sia interessante scoprire alcuni esempi e caratteristiche di questi spazi. Perché alla base dei musei della memoria non c’è solamente l’intento di trasmettere il sapere e il ricordo di un avvenimento drammatico, ma anche una forte volontà di attivare un interesse partecipe, di stimolare domande, e di condividere una storia di cui facciamo tutti parte in quanto esseri umani.


Il tema della memoria in relazione ad un preciso luogo acquista risonanza alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un momento in cui le città e il paesaggio vengono modificati e diventano testimonianza materiale del conflitto. Se il compito di tramandare le scoperte, l’arte e la scienza del passato, era un dovere ormai dato per scontato, emerse altrettanto quello di difendere dall’oblio i drammi e le ferite della storia. Si affermò quindi l’intento principale dei lieux de mémoire.

Questi luoghi corrispondono agli scenari di eventi storici, trasformati in contenitori della memoria collettiva di un territorio. Possono essere semplicemente spazi commemorativi, ma anche musei o memoriali, quando rispondono ad un preciso progetto allestitivo.


La prima tipologia ad affermarsi è il memoriale, adottato soprattutto nella seconda metà del Novecento, in sostituzione del monumento. Per la precisa finalità commemorativa il termine memoriale è inteso con la funzione “di ricordare, a nome di una collettività, eventi storici dolorosi e le loro vittime”.

In seguito, accanto a questo nuovo termine, emergono soluzioni più astratte di rimando al passato, poste sotto il nome di counter-monuments, anti-monumenti. In essi risulta centrale il rapporto tra oggetto e visitatore, reso emotivamente partecipe dell’evento. Basti pensare alle pietre d’inciampo diffuse in tutta Europa a partire dal 1992 (oltre 70.000). Questi semplici blocchi di pietra sono stati ideati e posizionati come reazione ad ogni forma di negazionismo e dimenticanza, perché nel nostro continuo e frenetico andare ci sia uno spazio per la riflessione e il ricordo di chi abbiamo lasciato dietro di noi.

Non possiamo fare altro che interagire, costretti ad una pausa che un semplice monumento non può garantire.


Ph. Claudio Furlan

Accanto alla forma del memoriale si è diffuso, soprattutto in Italia, il modello dei parchi della memoria, la maggior parte dei quali legata ad eventi traumatici degli anni Novanta. Tra questi, due casi interessanti e altresì poco conosciuti sono il Parco nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema e il Parco storico di Monte Sole, entrambi con forte valore didattico - educativo.

I percorsi suddivisi in sezioni tematiche si servono di documenti originali, pannelli didascalici, manifesti, avvisi e quotidiani dell'epoca, materiale fotografico, audiovisivo e multimediale. Al di fuori dell’Europa la volontà di creare luoghi della memoria ha portato alla realizzazione del Parque de la Memoria a Buenos Aires. Terminato nel 1999, il parco sorge in un’area significativa per le vicende dei Desaparecidos, vicino alle coste del Rio de la Plata. I nomi delle persone detenute, scomparse o uccise tra il 1969 e il 1983 percorrono un muro di 300 blocchi che taglia il terreno come una ferita ancora aperta e destinata a non chiudersi mai .



Dagli anni Novanta si è intensificata a livello mondiale la pratica di affiancare ai luoghi del trauma un edificio volto alla conservazione e alla comunicazione. I progetti, più complessi e sistematizzati, vengono generalmente definiti musei della memoria. Tali progetti vogliono ri-narrare, ma soprattutto coinvolgere e portare ad una consapevolezza attiva le nuove generazioni. Nel caso di musei legati alla Shoah, i primi a prendere una vera forma istituzionale, sono state utilizzate le sedi di carceri o di basi naziste e fasciste, proprio per il ruolo decisivo che hanno storicamente ricoperto. Le nuove tecnologie permettono di sperimentare anche nuovi metodi per coinvolgere maggiormente i sensi dello spettatore e portarlo a una fruizione più empatica. Questo aspetto è più che mai evidente nelle soluzioni scelte per il Memoriale e il Museo dell’11 settembre a New York. Un tributo in onore delle vittime dell’attacco terroristico al World Trade Center e al Pentagono.

Il Memoriale, disegnato da Michael Arad e Peter Walker, è costituito da due ampie vasche affiancate dalle più grandi cascate artificiali di tutto il Nord America. I nomi delle vittime sono inscritti nei pannelli di bronzo eretti attorno alle piscine; una conferma di quanto il nostro nome inglobi in vita la nostra identità, il nostro passaggio sulla Terra. Siamo stati qui.



Un altro esempio di spazio complesso e multiforme è quello dell’Holocaust Memorial Museum a Washington, nato nel 1980. Non solo memoriale, ma luogo di riflessione, ricerca ed educazione grazie a numerose iniziative. Qui oggetti, utensili, vestiti, scarpe sono stati raccolti ed esposti per connettere il passato con il visitatore del presente.

Il Museo ospita un’esposizione permanente legata all’Olocausto, ma di recente ha dedicato una parte dei suoi spazi al conflitto in Siria. Nato nel 2001 per commemorare il medesimo evento storico è il Jewish Museum di Berlino. La struttura progettata da Libeskind e denominata Between the lines lo avvicina ad altri musei il cui nome si lega alle archistar. La costruzione dialoga con lo spazio esterno e si inserisce nel contesto cittadino fino a divenirne simbolo. L’asse dell’Olocausto e l’Asse della continuità (o della speranza) si intersecano in punti di vuoto e formano una stella di David incompleta. All’interno del Museo non vi è nessuna prospettiva da cui è possibile avere uno sguardo complessivo dell’ambiente. Le spaccature irregolari producono le uniche finestre dell’edificio, dalle quali si può osservare la città, con uno sguardo sempre parziale, interrotto.



A condurre il visitatore nel racconto non solo video, testimonianze scritte e orali, oggetti, ma anche installazioni artistiche come quella dell’israeliano Menashe Kadishmar Shalechet, Foglie cadute. Più di 10.000 cerchi di ferro arrugginito a forma di viso umano su cui il visitatore deve camminare per proseguire il suo percorso. Ogni particolare dell’architettura spinge a riflettere sul vuoto, sull’assenza come luogo per riflettere. Oltre a mostre temporanee e alla collezione permanente, il Museo programma attività educative ed eventi che permettono di riflettere sulla storia e la cultura ebraica, ma anche sul tema della diversità in generale.



Alla stregua dei musei più tradizionali, anche i musei della memoria hanno una ricaduta virtuale. Tra gli esempi più validi c’è sicuramente l’International Coalition of Sites of Conscience, un network di siti storici come musei, memoriali e centri di documentazione, dedicati al ricordo di eventi traumatici, che lavorano sull’opportunità di educare i giovani al ragionamento e al rispetto dei diritti umani.


Gli esempi sono ancora moltissimi e la sensibilità di ognuno ci condurrà ad esperienze diverse, più o meno incisive, nel visitare questi spazi. Ma anche quando i discorsi sul passato ci sembrano ormai scontati, ripetitivi, esauriti, non dovremmo smettere di rappresentare e comunicare il passato, per la stessa idea che difendeva Primo Levi dicendo:

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario".

Chi ha il potere di far guardare con occhi più accorti un evento, una situazione, una persona, una porzione di mondo o di vita non si dovrebbe sottrarre al tentativo. L’arte pittorica e cinematografica, la letteratura, e ad oggi aggiungerei la museografia, hanno questo potere. Possono tendere alla conoscenza, alla consapevolezza e all'apertura verso l’umanità.

I siti memoriali, siano essi statue, parchi o musei nel senso più tradizionale, dovrebbero poter rinnovare la memoria in modi inediti e aperti. E guardare, grazie alla presenza dei suoi visitatori, anche al futuro. Ancor più che negli altri musei, le decisioni su come gestire e orientare i contenuti ne definiscono l’immagine, l’identità.

Non c’è una soluzione o una regola che stabilisca cosa fare di questi luoghi. Forse l’obiettivo comune da poter perseguire è quello di non renderci semplici spettatori, ma conoscitori consapevoli che il male non è finito, che può sempre tornare.


Articolo di Rachele Bettinelli


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