FIORIRE NEL DESERTO | PAROLE E ATTUALITA'

Ma più saggia, ma tanto

Meno inferma dell'uom, quanto le frali

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.*


Ancora Leopardi? Cosa ci sarà da dire che non è ancora stato pronunciato?

Non sono state scoperte nuove opere, non c'è nessuna tesi innovativa sulla sua poesia, né sulla prosa. Se le parole che seguiranno avranno un senso di esistere

sarà perché vale la pena ritornare su quei testi che per troppa fretta la didattica scolastica ha lasciato ai margini, con la sua impaziente necessità di seguire il "programma".

Inserita nei Canti, tra le ultime liriche, c'è La ginestra o il fiore del deserto. Composta durane il soggiorno del 1836 a Torre del Greco, viene ad oggi considerata l'ideale e definitivo testamento etico-filosofico del poeta. Non sono i 317 versi liberi che ci colpiscono, tutti noi sappiamo di quanto Leopardi fosse capace, anche a pochi passi dalla morte. Sappiamo anche di come Leopardi vedesse la Natura, matrigna abile a difendersi dall'essere umano che popola i suoi spazi e allo stesso modo si presente in questi versi, incarnata nel Vesuvio, desolato e minaccioso, pronto a cancellare tracce di bellezza.

Ma è proprio qui, a dispetto di ogni credibile convinzione, che affonda le sue radici la ginestra, piccolo e tenace fiore, alter ego di Giacomo, come di ogni uomo. Ci viene offerto un modello di rara umiltà. Non ha prospettive illusorie o speranze vane, non crede che ci sarà qualcuno a salvarla solo per il suo incomparabile profumo.



Pronta ad affrontare le avversità, non si china vilmente ma non si eleva, come tanti fanno, con orgoglio ingiustificato. Se da una parte la ginestra riconosce la propria piccolezza e marginalità davanti all'universo infinito, "l'infinita vanità del tutto" non genera l'annegamento della coscienza, né la noia, né il rifiuto della vita, bensì una reattività, una fierezza nuova. La ginestra non assume un atteggiamento codardo, ma nemmeno quello degli uomini che, ciechi, persistono con "forsennato orgoglio", nel loro credere che ogni cosa sia a loro immediata disposizione, estranei allo sforzo. La ginestra, come allegoria dell'uomo, esprime tutta la sua dignità in una vigorosa accettazione, nella consapevolezza della propria condizione, sempre attraverso il rifiuto di "ogni compromesso, ogni via facile", ponendosi "contro ogni conformismo, opportunismo, contro ogni elusione per debolezza o calcolo".

Un coraggio sofferto, come quello di un eroe sofocleo, che le permette di crescere anche nel bel mezzo di un terreno arido e inospitale, di donarsi al mondo, pur nella sua fragile condizione:


"tragico - è il fatto che, pure conoscendo la condanna che inevitabilmente grava sull'azione, l'uomo tuttavia agisce". **


L'eroismo tragico, condiviso da Leopardi, non è nient'altro che la sua volontà di vederci uniti contro le avversità del mondo, contro una natura imprevedibile, per superare gli "alterni perigli" che ogni esistenza porta con sé.


Frame da Il giovane favoloso, diretto da Mario Martone, 2014


Come il suo pastore errante, Leopardi percepisce la sua piccolezza, mentre contempla un cielo infinito di stelle: "Che sembri allora, o prole / Dell'uomo?; pone la domanda, ma non ha più paura della risposta. Lascia dietro di sé quel pessimismo cosmico, l'unica etichetta con cui probabilmente lo ricorderete dai libri.

Con i versi dedicati alla ginestra il poeta dimostra la sua fede nella possibilità di trasformare le condizioni sfavorevoli della vita, in mortale, fragile, ma sempre coraggioso fiorire:


"Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

i danni altrui commiserando, al cielo

Di dolcissimo odor mandi un profumo,

Che il deserto consola".*



*Leopardi G., La ginestra o il fiore del deserto (1836), Canti, Ed. Garzanti, 1999

**Del Corno D, Letteratura Greca, Principato, 1995

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