Cy Twombly | 2 minuti di...

"C'è da dire che era anche impaziente. Se non eri interessante, lui si annoiava. Allora se ne andava e si metteva a parlare con qualcun altro, a osservare il mare, o il paesaggio. Era irrequieto. Una lunga, apatica, meridionale irrequietezza"

Nicholas Serata, Curatore


Dopo la visione di Cy Dear (diretto da Andrea Bettinetti, 2018), uno dei docufilm più riusciti dedicati ad un artista, mi chiedo come mai non avessi ancora parlato di lui, Cy. Uno di quegli artisti a cui la frase "potevo farlo anche io" sembra essere dedicata, in realtà originale continuatore ed erede dell'espressionismo astratto.

La pittura di Twombly infatti rende il segno centro propulsore della tela, generatore di energia e rappresentazione astratta. La sua espressione libera e gestuale, non per questo priva di identità e senso, può ricordare alcune soluzioni di Pollock, di Mirò, persino dell'Art Brut, ma se ne distanzia perché si lega maggiormente alla linea, in maniera quasi calligrafica. Sebbene non ci sia una progetto figurativo, Twombly rievoca precise immagini tramite quello che ai più può apparire uno scarabocchio, un insieme confuso di tracce che convergono sulla tela.


Ritratto di Cy Twombly, Ph. François Halard, 1995


Indubbiamente questa cifra stilistica ha un chiaro punto di contatto con la sua biografia. Originario della Virginia (1928), dopo aver studiato a Boston e a New York, nel 1952 vince una borsa di studio del Virginia Museum of Fine Arts che gli consente di viaggiare. Al suo ritorno lavora per l’esercito come crittologo, interpretando segnali e messaggi in codice. Anche se la sua pittura vuole essere testimonianza più che simbolo, è chiaro che quest'esperienza lascerà un'impronta importante nella sua vita artistica.

La sua produzione, definita spesso illeggibile e indecifrabile, si fa più volte evocatrice della tradizione classica e mitologica. Un amore per il passato, per la storia e per l'arte, che Twombly esprime anche grazie ad una titolazione ricercata come nel caso di Leda e il Cigno, La battaglia di Lepanto o La scuola di Atene, solo per citare alcuni esempi.


Cy Twombly, dalla serie Nove discorsi su Commodo, 1963


Una cultura ormai andata che non vuole lasciare nell'oblio, ma richiamare nel mondo, esorcizzando le più antiche paure dell'uomo:


"Era estremamente onesto nel rivelare le sue emozioni, a proposito dell'imminenza della morte e della paura e indubbiamente della sensazione che tutto esplodesse e, lentamente, passasse dalla bellezza assoluta al decadimento, fino letteralmente alla decomposizione, Quindi questo ciclo, questo ciclo naturale, lui lo ha vissuto chiaramente e lo ha espresso in una forma molto poetica".


Anche nella scultura il potere evocativo di Twombly è forte. Attingendo a un'ampia varietà di materiali poveri e umili, come scatole, fiori, foglie, carta, chiodi, pezzi di legno, l'artista cerca di esprimere, nella tridimensionalità, una bellezza effimera delle cose, ma potenzialmente eterna.


Casa di Cy Twombly a Gaeta, nel Lazio


Tra i richiami più evidenti, seppur nella varietà dei media utilizzati, si distingue l'amore per l'Italia e, in particolare, per Gaeta, di cui ci rimangono anche delle indimenticabili fotografie e la sua casa, rifiugio per l'anima fino alla morte nel 2011. In questi anni emerge ancor più chiaramente la sua dedizione al paesaggio, ad un silenzio spirituale e poetico.


Influenzato fin da giovane dal dinamico ambiente americano, Cy è riuscito a sviluppare un'arte che trova in una dimensione più intima, nei colori che dirompono sul bianco, nei vuoti che si alternano ai pieni, la sua ragione d'essere.




Articolo di Rachele Bettinelli



"






0 commenti

Post recenti

Mostra tutti