AVANGUARDIE SU POLAROID | ARTE E ATTUALITÀ

Quindici anni, una Canon regalata dal padre e la possibilità di immortalare il mondo secondo la sua visione. Così Maurizio Galimberti, uno dei più grandi esponenti della instant-photography italiana, ha mosso i primi passi nel mondo della fotografia. E oggi ci troviamo qui a parlare dei suoi mosaici di Polaroid, esposti alla mostra Portraits tenutasi allo Spazio Kryptos di Milano nel 2016.



Galimberti si mette dietro all’obiettivo non come fotografo ma come artista, come chi non usa la fotografia per documentare o riprodurre, ma per creare qualcosa di nuovo, per trasformare idee in immagini.


“Col mezzo Polaroid puoi diventare un pittore, un dadaista, perché ha caratteristiche di istantaneità e manipolabilità. Parlo di contaminazione: con la fotografia non penso mai di inventare, quanto piuttosto di riscrivere. E la contaminazione giusta è quella data dalla storia dell’arte”.

I suoi mosaici appaiono una sintesi delle avanguardie del Novecento, e più nello specifico una sorta di inno a futurismo e dadaismo. Ispirandosi a “Nudo che scende le scale” (1912) di Marcel Duchamp, il fotografo gioca con la scomposizione e frammentazione di un soggetto altrimenti statico. La sua replica, sempre diversa, evoca movimento, dinamismo e velocità, concetti alla base del pensiero futurista.



Galimberti non cattura il reale da quell’unico punto di vista che rimane impresso sulla carta fotografica. Al contrario, ci offre una visione ricostruita, manipolata, scomposta e ricomposta. La instant-photo viene così privata del suo aspetto di unicità e ridotta a un semplice tassello del “puzzle”.




“La fotografia rappresenta per me un amore, una passione innata. Dona alla memoria l’eternità. Sembra un semplice frammento di carta, ma in realtà è un riflesso dell’anima”.

Il graduale movimento della macchina fotografica moltiplica la visione del soggetto che si trasforma in un essere caleidoscopico, capace di sembrarci diverso secondo l’angolazione da cui viene fotografato.

Questi mosaici custodiranno per sempre l’essenza dei soggetti fotografati ma in modo diverso dalla fotografia tradizionale. La loro immagine continuerà a vivere e a mutare, enigmatica, in quell’illusione ottica data dal gioco di ombre e prospettive tanto caro a Galimberti.


Articolo di Noemi Pagliardini

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